Una beccaccia per mio padre… una beccaccia a mio padre!
Solcavamo già, purtroppo, e lo dico da cacciatore, la terza decade di dicembre quella mattina di non tante stagioni venatorie fa.
Ma partendo dal principio, la sera precedente quel sabato, ci trovavamo entrambi davanti alla tavola imbandita da una (santa) madre e moglie in una famiglia di gente che ha trascorso quasi l’intera esistenza in giro per fossi, colline e monti, invece che a far shopping per negozi.
Come di consueto io e mio padre ci confrontavamo su quali sarebbero state le mete venatorie che avremmo avidamente setacciato l’indomani mattina.
“Che ne pensi di quella rimessa laggiù in fondo?” Alt! Un altro passo indietro!
Era stata una stagione venatoria particolare, era solamente da quattro o cinque giorni che il Signor Inverno aveva degnato le nostre “miti” latitudini di qualche bella sferzata di freddo, colpendoci con fendenti di tramontana, gelo e qualche fiocco di ripiego, caduto durante le ore notturne sulle cime delle dolci colline nostrane.

Ma tornando a noi, in un susseguirsi di “botta e risposta” come si suol dire in gergo, io insistevo per un bosco mediamente ceduo di querce giovani e roverella ai bordi di un piccolo torrente, visto il clima rigido.
Mentre lui, estremo sostenitore della tesi che “una beccaccia involata qualche giorno prima, in un posto, di questi tempi, la ritroverai sicuramente!” proponeva durante l’arringa difronte ad un pubblico, poco, per non dire per nulla interessato all’argomento, di recarci in una tagliata di querce e carpini, abbastanza “dura” da poter far venire la malavoglia anche a gente che di cuore e fegato ne ha abbastanza!
Indovinate come finì la discussione? Quella sera preparai i vestiti, certo che l’indomani mattina avrei visto il brillare dell’acqua limpida tra i sassi e avrei affondato i miei scarponi nella sabbia del torrente…
E fu così! Sempre brontolante e contrariato la mattina tirò fuori i suoi stivalacci dalla macchina e con il naso un po’ gelato e un po’ gocciolante, mi guardò esclamando con tutta la sicurezza di chi ne ha passati di giorni nel folto dei boschi e ne conosce a distanza l’odore:
“Andiamo a perder tempo, qui della beccaccia non v’è ombra. Ma tanto sei fatto così… Testardo come tuo nonno!”.
Girammo in lungo ed in largo quel posto in quella gelida mattina, io ed i miei Setter, sotto lo sguardo maestro di mio padre che camminava al mio fianco. Ormai si era fatto quasi mezzogiorno e l’idea di un pasto caldo iniziava a farsi più vivida che mai. Rinunciai, mettendomi l’anima in pace: quel giorno quel giorno nonostante tutto non avremmo tirato fuori un ragno dal buco!
Giunti alla nostra vettura riposi tutto, feci salire le mie due cagnette (Shary e Gazela) stremate, tolsi anche il mio gilet. Alla vista di tale gesto come se la sua voce pronunciasse una profezia:
“Cosa fai? Rimettilo subito, per strada ci fermeremo dieci minuti per trovare la beccaccia!”. Annuii con la testa e bonariamente entrai in macchina.
Arrivai con le gambe pesanti, mi sentivo scottare il viso, tra l’effetto del vento di tramontana ed i raggi timidi di sole che oltrepassavano il parabrezza. Decisi di scendere dall’auto ma ormai non ci credevo più, pochi istanti e ci ritrovammo a scendere in quella folta boscaglia tagliata.
Giusto il tempo di sfregiarmi con qualche spina il volto e le braccia che sentii il beeper di Gazela suonare, e dopo qualche secondo anche quello di Shary.
“Sono stanchi, non c’è nulla qui da giorni”, mi ripetevo in testa rallentando il passo e lasciando campo al mio “vecchietto”, che invece più concentrato che mai, scendeva a valle verso il suono, con lo stesso fervore di un giovane senza paura.
Dopo qualche istante riuscii a trovare un punto da cui potermi godere la scena: “Tanto arriva e non c’è nulla!”, pensavo, abbagliato dall’idea di compiere l’ennesimo sforzo infruttuoso. Maledetta testa calda!
In un istante, lo vidi con il cappello fluorescente filare come un leopardo dietro alle spalle dei due cani, poi la scelta, virò a destra della cagna più anziana e le anticipa entrambe.
Pochi attimi, il tempo (così mi ha raccontato poi) di guardare negli occhi i due cani, il frullo, maestoso e imponente ha riecheggiato nella valle fino a giungere alle mie rosse e ferite orecchie. Boom! Poi silenzio, nemmeno il tempo di farmi uscire di bocca una parola, un verbo, un’esclamazione, eccolo un secondo frullo.
Al grido “ELIAAA” ero incredulo, pietrificato. Una giornata in un attimo, due cani, due beccacce e un cacciatore, mio padre! Mentre si accingeva a rientrare soddisfatto, verso il punto in cui mi aveva lasciato, dopo essersi preso un po’ gioco di me, disse una frase di cui feci tesoro:
” Crederci sempre, è fondamentale, in questa caccia, proprio nel momento in cui lo sconforto, il nervosismo e la noia la fanno da padroni, lei appare! E ti dona nuova linfa per tornarla a cercare l’indomani mattina!”
“Sei un testardo!”. Aveva ragione.
La tua beccaccia papà. Ti voglio bene.
Scritto da Leoni Elia, Orvieto, Terni